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Filosofia

Educazione alla fantasia – Parent education – Un’esperienza rodariana (R.ec.ap2)

Il filo rosso dell’edizione di R.ec.ap 2, finanziato da Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e gestito dall’Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice di Firenze è stata l’esperienza educativa di Gianni Rodari. Docenti, operatori ed educatori afferenti al progetto si sono formati sui suoi scritti e sulla sua pedagogia della fantasia con la ” Grammatica della Fantasia”, il ” Libro dei perchè”, ” Libro degli errori”. Il mio accompagnamento è stato meta-teorico e metodologico. Come passare con i bambini dagli scritti alla pratica? Quale attività di valore scegliere di fare con i bambini? Quali obiettivi e quali finalità condivise tra docenti, operatori e famiglie? Come uscire dalla logica di un progetto con un inizio ed una fine, per innescare piuttosto un cambiamento di paradigma metodologico nella stimolazione continua della fantasia e creatività nei bambini? Come aprire o rinforzare mondi e modi di possibilità?

I bambini da una parte infatti hanno un loro modo scevro da pregiudizi e costrutti artificiali per approcciare il reale, che è già potenzialmente artistico e di ricerca: una modalità fortemente filosofica di approcciare il reale come meraviglia e scoperta continua.

Tuttavia la creatività e la fantasia non sono fonti illimitate e immediate, ma è necessario non lasciare che si inaridiscano. Il bambino vive di continue intuizioni e cerca di colmare i propri perché con intuizioni creative. Non lasciare mai cadere nel vuoto la sua visione di mondo e il suo bisogno di essere contenuto e verbalizzato è una sfida educativa continua. L’iper-protezione e l’iper-realismo del genitore o delle figure di riferimento del bambino possono atrofizzare il suo lato creativo presentando un solo lato del reale. Il reale è piuttosto complessità non immediata, che si comprende vivendo e spesso a ritroso. Diceva Picasso che ogni bambino è un artista, ma il difficile è rimanere artisti quando cresciamo. L’esperienza genitoriale ed educativa con i bambini ci invita a fare continuamente ingresso con parti di noi dimenticate, atrofizzate ed entrare con il bambino in un mondo di immaginazione dove l’errore non è più un distanziamento divergente dal modo consueto di vedere, fare, accettare le cose come giuste o sbagliate, ma un universo di possibilità inconsuete. Nel libro ” Il cervello creativo”, Neil Pavitt riporta un esperimento condotto alla North Dakota State University in cui venne preso un campione di studenti universitari e diviso in due sottogruppi. Al primo fu chiesto: ” Immagina che le lezioni di oggi siano state annullate. Cosa fai? Cosa pensi? Cosa provi”? Al secondo fu chiesto ” Immagina di essere un bambino di sette anni e che le lezioni di oggi siano state annullate. Cosa fai? Cosa pensi? Cosa provi?”. Dopo qualche minuto di scrittura libera ad ogni partecipante fu chiesto di rispondere al Test Torrance della creatività e risultarono più originali e creativi gli studenti che appartenevano al gruppo dei bambini immaginari.

Il semplice fatto di assumere un atteggiamento mentale bambino ci rende improvvisamente più creativi.

L’esperienza rodariana come cornice e fondamenta di un’esperienza educativa. Perché? Per quanto Rodari sia intramontabile e possa piacere o meno nello stile, l’invito che ci fornisce è il cogliere in ingresso e in uscita il processo creativo del bambino, modulandone le risposte non in termini di efficacia performativa o di indicatori di risultato,ma di creatività. Il nonsense è in Rodari una prospettiva non consueta e non quotidiana sulle cose, uno sguardo che improvvisamente sovverte il ” si è sempre fatto così” per accedere all’unicità dei vissuti e delle restituzioni dei bambini, al loro atteggiamento emotivo verso la novità e il paradosso. Il bambino ha infatti bisogno di riferimenti e di riti in quanto punti cardinali verso cui poter sperimentare la propria libertà tutta intorno. In Rodari è proprio il sovvertimento di questi punti cardinali, da una parte a rinforzarli, dall’altra a far esperire al bambino una grande verità: il mondo è possibilità. Il mondo è apertura di possibile senza costrizioni.

In Grammatica della fantasia ad esempio ci sono alcuni spunti di ingresso in situazioni in cui dobbiamo perdere i nostri riferimenti consueti e descrivere itinerari di rotte non battute: “Immagina che un coccodrillo bussi oggi alla tua porta per chiederti del rosmarino. Che fare?”. In Rodari le parole fanno da attivatrici di molte aree del cervello, non solo quelle prettamente dedite alla sfera del verbale come Broca e Wernicke. Uno studio della Emory University in ” Brain and Language” riportato nel ” Cervello creativo” di Neil Pavitt, dimostra che nei soggetti che leggevano una metafora ad esempio ” il cantante aveva una voce di velluto”, attivavano le aree della corteccia sensoriale, che non si attivavano nelle mere descrizioni ” il cantante aveva una voce gradevole”. L’utilizzo della metafora è per il bambino fonte inesauribile di connessioni e inter-scambio con il mondo.

Il libro dei perché invece, non intende essere esaustivo sulle cause di fenomeni, ma presentare la realtà con una parola importante: altro. E’ come se Rodari dicesse ai bambini e ai genitori “è così, ma non è solo così! è così, ma è anche altro”. Questa esperienza della dimensione “ALTRA”, dell’alterità, spinge sempre il bambino a non esaurire la sua volontà di ricerca e il suo istinto di scoperta e a costruirsi forza e resilienza nel percepire che tra giusto e sbagliato non c’è una netta distinzione, ma tante facce di un processo inesauribile, che è il processo della costruzione personale di senso e significato.

Lo stesso “Libro degli errori” intesse un’apologia dello sbagliare come improvviso e non premeditato divergere verso nuovi orizzonti. In un lungo laboratorio con bambini stranieri di seconda generazione ad esempio una bambina mi chiese di poter riascoltare una melodia che avevo scelto una settimana prima. Si trattava di Ennio Moricone e della colonna sonora del nuovo cinema paradiso. Mi chiese ” Rimetti quella canzone di quando abbiamo colorato i personaggi fantastici e che rilascia il cervello?” Errare, errando.

Rilasciare, invece che rilassare. https://www.youtube.com/watch?v=57rIxnClafg&t=5s&ab_channel=CinefiloMoviebook. Un errore? Eppure non avrei saputo trovare verbo migliore, come se il rilasciare fosse un fare vagare la mente verso un altrove. Errare, errando!

Genitori, educatori, insegnanti, figure di riferimento pedagogiche non potranno mai deviare il corso degli eventi della vita in modo tale da avere la garanzia che quel bambino non soffra, non senta dolore. Potranno però con una pedagogia preventiva, fornirlo di strumenti personali ed interiorizzati di resistenza creativa nel vedere che se una cosa non funziona è possibile pensarla in altri modi, nell’avere fiducia nel piano b,c,d etc, nel percepirsi liberi. Educare alla speranza.

La meraviglia e la curiosità, fortemente connaturati allo stato d’essere infantile e alla dimensione bambina di ciascuno di noi, sono sempre in tensione con la gestione della libertà. E’ una grande responsabilità sapersi liberi, per questa ha immediatamente a che fare con la paura dell’errore, come “non è giusto fare così”. D’altro canto la gestione della libertà nel bambino, introduce i genitori alla responsabilità e al senso di colpa: ” e se non faccio abbastanza? e se sbaglia e soffre per colpa mia? potevo fare di più?

Rodari con “Il libro degli errori” getta un’ancora di salvataggio nel mare delle possibilità dei bambini. Sbagliando si impara non è infatti una consolazione magra, ma un’esperienza per prove e tentativi, in cui il bambino nel costruire il proprio mondo, costruisce la propria identità. E’ un imprescindibile momento di crescita l’errore.

Quando si parla di parent education, l’errore più grande che si possa fare è pensare che ci possa essere una scuola per fare i genitori. Genitori non si fa, si è. Ed esserci a livello educativo significa che il bambino esperisce un tempo non di quantità, ma di qualità in cui il genitore è presente. Quante volte siamo fisicamente presenti senza esserlo? E’ chiaro che la presenza educativa si scontra anche con la proposta educativa di valore: quali esperienze proporre? Come so-stare con il figlio in modo efficace? Quali favole leggere? Cosa vedere insieme? Cosa costruire? Mi diceva una mamma: ” parliamo molto nei gruppi dei genitori di lamentele, di palestre da consigliare, di negozi di vestiti, ma mai di problemi educativi”.

E’ come se ogni famiglia diventasse una monade silenziosa. Eppure è forte il bisogno di condivisione, di scambio.

Ogni stare insieme è relazionale, per questo non ci sono ricette pre-confezionate, ma solo consigli e suggerimenti. Non si può sempre pensare però di delegare alla scuola la formazione di un bambino, perché le esperienze a casa fortificano, consolidano o nel peggiore dei casi annichiliscono e deviano il percorso del bambino. Per questo dico sempre che, facilitate da un esperto, le esperienze di parent education, sarebbero più utili come scambio di idee sull’educativo, sul vivere e condividere la dimensione genitoriale. Che libro hai scelto per il tuo bambino? Come hai reagito quando si è presentato un conflitto? Quali dubbi di azione hai avuto?

In un colloquio con una coppia di genitori, una mamma mi disse che nella scelta di fare un figlio, non si erano mai confrontati con il compagno sull’educazione e continuavano a non avere dialogo e patto su cosa ritenessero importante o no. Una continua delega che portava nella coppia sofferenza oltre che nel bambino.

«La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli è come andare avanti senza di loro».

In questo link potete trovare un semplice esempio di alcune poesie di Rodari lette dai bambini, con alcune scelte di attività laboratoriali semplici da fare con i bambini. L’utilizzo delle video-registrazioni diverte i bambini nel porsi in modalità teatrale e riguardarsi. Sono presenti anche alcune attività da riproporre.

Educare alla speranza – prospettive per l’insegnamento di infanzia e primaria al tempo del covid- Progetto R.ec.ap

Il progetto R.ec.ap (ripasso, educazione continua e apprendimento permanente), finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, che vede come promulgatore di iniziative l’Istituto Madre Mazzarello di Firenze, nella figura della Direttrice della scuola, Suor Rebecca Andersen, ha tra i 4 assi portanti, la formazione e il monitoraggio dei docenti nel periodo dal lockdown ad oggi, nell’ottica dell’apprendimento continuo.

Come counselor filosofico e docente ho lavorato, in stretta collaborazione con lo sviluppatore informatico Patrick Travaglini con due gruppi di maestre e maestri: le docenti dell’infanzia e della primaria.

La natura del primo incontro è stata quella di valutare da un punto prettamente tecnico quali fossero state le principali difficoltà tecniche nel periodo del lockdown. Sono emersi moltissimi dati di cui ci sembra opportuno pubblicare quelli che hanno sposato la maggioranza per quel che riguarda la didattica e le nuove sfide contestuali del momento:

Infanzia: difficoltà per le insegnanti a inventare e creare attività da proporre ai bambini a distanza, dovendo mettere in moto un meccanismo immaginale di mezzi semplici a disposizione delle famiglie, impossibilitate ad accedere ad esempio alle cartolerie in un primo momento per poter far scorta di materiali. Anche le insegnanti hanno dovuto sopperire ad inventare attività facili, ludiche e didattiche con quello che avevano a disposizione. I mezzi informatici prevalentemente usati sono stati whatsapp e skype.

Primaria: la dad si è organizzata velocemente e ha utilizzato come strumenti di comunicazione in primo luogo whatsapp e skype. Le docenti hanno evidenziato difficoltà ad esempio nel correggere i compiti caricati dai genitori come foto o come scansione (notiamo quanto sia importante per una bambino della primaria continuare a scrivere a mano e non mediante l’uso di tastiera pc o tablet, specie per i più piccoli)

A queste problematiche tecniche abbiamo sopperito creando delle semplici guide a libero accesso che contengono: come si corregge un compito inviato, ma anche come utilizzare un semplice software gratuito installabile sul proprio pc per esercitarsi da casa o per i genitori e su qualunque LIM. (Sono anche presenti a questo link le slide del docente e sviluppatore informatico Travaglini.

https://drive.google.com/drive/folders/1zLPC7Z2uEDFJSeFW02x471tLLDoHpyci?usp=sharing

Riguardo all’infanzia, intendiamo creare con le docenti dei minivideo di attività utilizzabili dai genitori per farli insieme ai bambini, sia in caso di nuovo lockdown, sia nel caso sempre più frequente di bambini in isolamento perché positivi al tampone o di intere classi di bambini positivi. I video saranno poi sempre disponibili, in modo tale che un genitore possa scegliere quando farli fare loro.

A questi interventi dal profilo tecnico- esplorativo, sono seguiti gli incontri di counseling filosofico applicato al ripensamento emotivo del lockdown, la professione/ missione del docente, il team building e la costruzione condivisa di un nuovo decalogo del docente al tempo del covid. ( gli incontri sono stati differenziati per le docenti dell’infanzia e della primaria).

Non è più possibile pensare di insegnare senza muoversi nel flusso del cambiamento continuo, perché come stiamo vedendo l’incertezza è il comun denominatore di questo tempo. I docenti hanno dapprima lavorato su stimoli visivi, mappe immaginali di passione e casa per tracciare itinerari non convenzionali e hanno ancora lavorato su immagini tratte dal mondo del design per pensare alle loro emozioni.

Dopo aver letto poesie sul ruolo di insegnante con un sottofondo di musica classica e dopo essersi segnati le frasi che più risuonavano per loro, hanno composto ascoltandosi e ricollegandosi alla frase precedente del collega, una poesia inesistente, unica e irripetibile. L’attività pratica ha dato loro modo di collocarsi in un universo di ascolto condiviso, creazione, reciprocità e possibilità. Motivate da questo entusiasmo e lasciandosi colpire da alcune immagini, come ” la scuola è un nido, un mondo” ” ascolta piove, col tempo abbracci il sole” “voglio una scuola che insegna i colori” ” nel mondo ci sono maestre un pò maghe” “la scuola è un abbraccio”, hanno lavorato alla creazione di un decalogo dell’insegnare ai tempi del covid.

Le slides del mio intervento sono ad accesso libero e le trovate qui.

https://drive.google.com/file/d/1pV3FupXG_Uii5xrh2BvC_1ajQjf9TdR_/view?usp=sharing

Decalogo elaborato dalle docenti della scuola dell’infanzia
decalogo elaborato dalle docenti della scuola primaria

Il lavoro con le insegnanti si arricchisce di due importanti contributi emersi in due momenti del progetto: 1) l’analisi qualitativa e quantitativa dei questionari proposti ai genitori sugli stili educativi e sulla pedagogia domestica al tempo del covid, così come anche sull’uso consapevole dei bambini dei devices informatici a casa

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfL3AY-HEJ5nKzSntF54dAXbOGl6GtP_TIkg5_3eWK87sorfg/viewform

2) delle domande-interrogativi emersi dai genitori durante o a seguito degli eventi di formazione a loro dedicati, disponibili alla pagina facebook dell’istituto Madre mazzarello

https://www.facebook.com/Istituto-Madre-Mazzarello-Firenze-174217296491816

  1. da questi per il momento emergono delle difficoltà riscontrate in dad, lo spaesamento dei bambini, l’insoddisfazione, la facilità ad annoiarsi o a distrarsi, la tristezza prima non sperimentata per essere lontano dalle maestre e dagli amici, la solitudine, l’insofferenza mista a moti sfrenati di rabbia, i litigi con i genitori perché non capaci di dispensare attività divertenti e fomentare il senso di insoddisfazione o noia. Ovviamente ricordiamo che per la prima volta il bambino si ritrovava ad avere a disposizione i genitori per così tanto tempo e che inoltre i genitori a loro volta erano impegnati nel proprio lavoro domestico o a distanza, dunque fisicamente visibili, ma spesso impegnati, senza che il bambino potesse percepirne la differenza.
  2. le domande hanno riguardato ad esempio, come spiegare ad un bambino che non è più possibile invitare un amico a casa per giocare o fare i compiti insieme, che non è più possibile festeggiare il compleanno etc. Potremmo riassumerle come domande pratiche che però richiedono un supporto riguardo alla riformulazione, significato e senso delle ripercussioni che ha la gestione del covid-19 e del distanziamento in campo sociale.

Rispetto al punto 1. con le insegnanti della primaria, attraverso la modalità del disegno espressivo, raccoglieremo ai fini della ricerca i disegni dei bambini con la stimolazione alla domanda: cosa ti fa più paura del coronavirus? o cosa ti fa più dispiacere?

Ripensare la didattica

Mentre tutto cambia così velocemente dopo le vacanze estive che ci avevano convertito l’illusione di superamento, siamo costantemente immersi in una modalità di rapido adattamento al nuovo. Non stiamo andando tutti alla solita velocità e questo è evidente, soprattutto non dobbiamo scordarlo in un contesto educativo per non lasciare nessuno indietro. Non dobbiamo neppure mai dimenticarci il ruolo catalizzatore di emozioni che ha nello sviluppo della personalità il docente, soprattutto quello dell’infanzia e della primaria. Soprattutto in quei casi di povertà educativa di partenza, per cui per il bambino la scuola costituisce il riscatto e la possibilità di uscita.

In questo momento avremmo bisogno di tante risposte, ma forse la soluzione più efficace è quella di stare e so-stare nelle domande, in una dimensione di ascolto, ricordandosi costantemente che l’educazione e la formazione ha sempre una forte componente preventiva, anche rispetto a tutte quelle emozioni negative che il bambino si è trovato a provare in concentrato nel periodo del lockdown.

E’ difficile fare il docente in questo tempo complicato pandemico, come è difficile fare il genitore. Lo stretto rapporto di fiducia è pertanto ancora più essenziale.

La discussione stimolo di oggi si interroga dunque su cinque domande, che ci porremo durante l’incontro ma che lasciamo anche qui come stimolo:

  • come posso rassicurare i miei alunni?
  • come posso infondere loro la speranza, alimentarla costantemente?
  • in cosa differisce una pedagogia della festa da una pedagogia della speranza?
  • come veicolare nei bambini l’importanza di io/tu/ noi dal micro al macro?
  • come essere docenti-antidoto alla paura?

Alla domanda posta ai genitori: ” Come avete spiegato ai vostri bambini il covid-19 e le sue conseguenze”, quasi tutti gli intervistati hanno risposto: abbiamo detto la verità.

Questo ci fa riflettere sull’importanza per la scuola in questo momento di sviluppare anche l’estremo opposto fin da bambini: il pensiero critico, il dubbio, i forse. Insegnare e vivere insieme per mano la vulnerabilità e l’incertezza.

Stili educativi e gestione dell’incertezza. Essere genitori fragili

Il presente articolo correda l’evento pubblico, destinato ai genitori dei bambini della scuola di infanzia e primaria dell’Istituto Madre Mazzarello a Firenze, all’interno del progetto R.EC.AP ( ripasso, educazione continua e apprendimento permanente), finanziato da Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze.

La #dad ha colpito pericolosamente i bambini della scuola di infanzia e primaria, dando luogo a riflessioni che non hanno purtroppo ancora trovato giusto spazio di condivisione. Avere uno spazio di dialogo tra genitori, che non sia il mero gruppo whatsapp di sfogo o di richieste tecniche ai docenti, ma anche palcoscenico di confronto educativo, è auspicabile oltre che necessario. Non esistono ricette pre-confezionate per essere un buon genitore e chiunque professasse di averne una mentirebbe. E’ necessario sempre più un approccio dialogico e complesso ai problemi e alle sfide educative e una pazienza educativa e sperimentale nel co-costruire un rapporto genitori-figli che abbia sempre più relazione e sempre meno parametri fissi.

Il genitore si trova a confrontarsi nel suo ruolo educativo, con sfide etiche e morali di continua ridefinizione di sé stesso e in questo senso impara ad essere genitore, facendolo.

Quali sono i principali problemi emersi durante il lockdown che coinvolgono la sfida educativa?

  • La gestione domestica dello spazio e degli spazi, che ha a che fare con le disuguaglianze economiche e con il fatto che non tutti hanno potuto vivere di uno spazio adeguato alla convivenza forzata. ( per le famiglie con conflitti, il bambino ha perso anche quella valvola di sfogo che poteva significare trascorrere delle ore serene a scuola con i compagni)
  • La gestione del tempo allungato, che ha messo in moto dinamiche di difficoltà creativa nel sovraintenderlo nel modo giusto
  • La gestione della paura; il dare una forma adeguata al malessere e all’incerto senza lasciarsi soccombere. Il bambino assume e ingloba dei comportamenti genitoriali, anche quelli irriflessi. In questo c’è il nodo della questione di dare un senso e una narrazione alla gestione pandemica. Il bambino mette in moto un movimento di decodifica dei segnali che non sono solo linguistici e verbali, ma anche visivi, secondo un sistema per immagini. In altre parole, si può dire di non aver paura, ma se il paraverbale e la restituzione dell’immagine del bambino è in dissonanza con le parole, il bambino percepisce la finzione e la menzogna, invalidando il suo senso di fiducia.
  • La paura della morte
  • La presa in carico di una situazione nuova, animata da una gestione della comunicazione pubblica del terrore
  • La gestione delle domande e delle risposte da dare ai figli
  • La gestione dell’incertezza
  • La gestione del balance vita lavorativa, vita parentale
  • La gestione dell’educazione informale, non avendo a disposizione e frequentabili le agenzie formative di contorno, non formali (palestre, scuole di musica e di arte etc) e formali ( la scuola)
  • la gestione dell’invisibile e della minaccia

Quando queste “inchieste” hanno pesato improvvisamente sulle vite e sulle biografie, hanno in molte situazioni trovato peggioramenti legati a problemi contingenti economici e critici.

Quali problemi insorgono nella didattica a distanza per il bambino della scuola primaria?

  • Bambino
  • Il bambino non è autonomo nel seguire le lezioni on line, dipende dal mezzo e questo significa non solo avere uno sguardo all’ accessibilità del mezzo a disposizione, ma anche alla capacità di utilizzo e disponibilità ad esempio per le famiglie pluri-figlio
  • Il bambino è situato nella distanza fisica dal contesto e ambiente educativo tra pari che si instaura a scuola e dal gioco di relazioni che si instaura tra pari
  • Il bambino sente il filtro dello schermo come dimensione di estraniamento e coesistenza contemporanea di due spazi, la casa e la scuola, senza netti confini e senza poter essere efficacemente né nell’una né nell’altra parte. Parafrasando la Woolf, senza avere uno spazio tutto per sé.
  • Il bambino non può godere della sua autonomia e della capacità di confronto e socializzazione e neppure di un tempo sufficiente di di-vertimento intendendo la radice etimologica del divertere, come cambiare rotta rispetto al consueto.
  • Il bambino deve adattarsi ad un nuovo spazio di apprendimento, diverso da quello a cui ha imparato ad abituarsi.
  • Il bambino ha molto più tempo libero
  • Il bambino può percepire la didattica come asettica e ambulatoriale, in questo dobbiamo pensare non solo alle lacune formative, ma anche alla crescita della demotivazione scolastica, che potrebbe sfociare in devianza scolastica e forme di abbandono scolastico prematuro. Il bambino non ha infatti la possibilità di prendere della scuola, quello che di più bello c’è: la condivisione.
  • Il bambino è spaesato nel trovare il proprio posto e ruolo all’interno dell’ambiente didattico a distanza.

Con quali meccanismi deve fare i conti il genitore del bambino nella didattica a distanza?

  • Conciliazione tra lavoro proprio e tempo da dedicare ai compiti del bambino
  • Peso e pressione del rapporto di dipendenza nel dispensare al bambino il mezzo elettronico e la sua gestione
  • Lacune di contesto (avere un mezzo elettronico adeguato, una connessione internet buona, avere le capacità informatiche sufficienti, agire imminentemente per formarsi adeguatamente alle piattaforme di studio). Questo genera in lui ansia da prestazione e distress da frustrazione e inadeguatezza
  • Pressione della sovrapposizione di ruolo genitore-docente  e iper-responsabilizzazione
  • Ansia di inadeguatezza delle proprie lacune formative e culturali riguardo alle richieste didattiche
  • Incapacità informatiche adeguate
  • rimodulazione del rapporto con i bambini

Quale stile educativo potrebbe essere adeguato alla gestione dell’emergenza sanitaria?

La famiglia è una realtà sociale in cui le persone vivono una relazione di tipo affettivo, spesso nello stesso luogo e in cui sono presenti almeno due generazioni diverse. La famiglia, sia che si tratti di monogenitoriali, nucleari, ricostituite o ricomposte, famiglie di migranti o miste, è per il bambino un palcoscenico educativo.

I differenti modelli familiari si ripercuotono in maniera evidente sugli stimoli che vengono dati al bambino in direzione dell’istruzione della formazione. E’ possibile individuare almeno tre modelli educativi parentali:

  • Uno stile repressivo: valorizza l’obbedienza, la tradizione e il rispetto dell’ordine e provoca ripercussioni negative sulla socializzazione dei figli, con assenza di creatività, autonomia e competenza sociale.
  • Uno stile indulgente e permissivo: si mostra tollerante nei confronti delle richieste dei figli, evitando restrizioni e castighi, ma al tempo stesso esigente nei confronti delle aspettative di maturazione e di responsabilità. Può generare atteggiamenti ribelli e comportamenti aggressivi, non facilitando in tal modo il conseguimento dell’autonomia personale, della consapevolezza e della responsabilità.
  • Uno stile autorevole: basato sulla reciprocità, democratico, in cui i genitori partono dalla considerazione che nella famiglia esistono diritti e doveri per tutti e si mostrano sensibili alla necessità e richieste dei figli, cercando di stimolarli a soddisfare anche le loro esigenze di adulti. I genitori si mostrano in questo caso fermi e decisi in merito a regole e obblighi, specificandone però la necessità attraverso il dialogo e il ragionamento, stimolando il confronto e la comunicazione. Favorisce l’autostima e l’autocontrollo, il senso di iniziativa personale e di responsabilità, come anche la curiosità e la risolutezza

Ciascuna famiglia ha il proprio stile educativo, non solo, spesso ciascun genitore ha il proprio e non c’è un accordo educativo nemmeno tra le coppie. Notiamo che lo stile autorevole è però il più democratico nel fare propria la necessità di dialogo e di partecipazione.

Le più recenti teorie sul parenting fanno riferimento all’approccio ecologico nel delineare i numerosi fattori che favoriscono o ostacolano essere genitori. I bambini dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia, ratificata in Italia nel 1991, non sono più soggetti minori, ma veri e propri attori sociali e detentori di diritti e doveri.

E’ un diritto del bambino in clima di pandemia, chiedersi perchè? E’ un diritto del bambino avere paura ed essere rassicurato? Ha il bambino diritto a fare domande e avere risposte, a qualcuno che dica non lo so? Ha diritto il bambino alla ricostruzione di un senso, di una narrazione? Ha diritto che non venga minato il proprio futuro e la propria progettualità?

La misura in cui i diritti dei bambini vengono rispettati e soddisfatti è connessa al modo in cui la società si attrezza per rispondervi e rispetto alle domande precedenti, la società non è riuscita ad attrezzarsi. Vuoi il clima emergenziale, vuoi che se ne occupino le elite accademiche, i genitori si sono trovati a dover dare fiducia e ottimismo, senza averne prima per sè. Senza avere uno spazio destinato a loro di confronto e di riflessione pedagogica.

Anche per questo motivo la scuola di infanzia e primaria non può essere a distanza.

Verrebbe ad essere minata, la possibilità di un palcoscenico sociale altro dalla famiglia per il bambino. La sua possibilità dialogica di entrare in contatto con l’alterità e andrebbe ad acuire le differenze economiche. La scuola è un riscatto sociale per tanti bambini che vivono in deprivazione economica, solo per fare un esempio.

Lo psicologo Bronfenbrenner (1917-2005) è uno dei più noti studiosi dell’interazione tra individuo e ambiente e il suo approccio è definito ecologico nel senso che è di grande rilevanza l’attenzione per la dimensione sociale e ambientale in cui il bambino sviluppa le sue competenze.

L’approccio alle relazioni è circolare: l’individuo e l’ambiente crescono nel corso della loro interazione, il comportamento di un individuo modifica il sistema di cui fa parte e il sistema a sua volta influenza il soggetto in questione.

Sul piano della relazione educativa particolare attenzione richiede il mesosistema scuola- famiglia per un corretto sviluppo del bambino,i due microsistemi casa e scuola dovrebbero interagire al fine di individuare strategie mirate al raggiungimento di obiettivi comuni. In questo senso acquisisce particolare valore il Patto educativo.

Il sociologo Emilè Durkheim definisce la scuola come microcosmo sociale, poiché in essa individua la cosiddetta prima agenzia di socializzazione. La scuola dell’infanzia costituisce spesso per il bambino il luogo della prima uscita dall’ambito familiare, in cui si compiono esperienze di socializzazione, non con le figure parentali.

La scuola ricopre un ruolo fondamentale nei processi di differenziazione e nella crescita delle identità; la scuola dell’infanzia in particolare svolge un compito fondamentale perché consente al bambino di liberarsi dall’immedesimazione emotiva con la famiglia, favorendo in tal modo la sua autonomia e facendo sì che egli assimili i valori e le norme della società, confrontandosi con gli altri su di esse e grazie ad esse.

La scuola è inoltre terreno di incontro di esperienze, culture e religioni diverse e rappresenta un’enorme occasione di arricchimento per l’individuo. Attraverso la scuola il bambino impara a stare nel mondo e a confrontarsi con persone e situazioni che riproducono, seppur in piccolo, ciò che affronterà nel mondo esterno.

Le scuole devono favorire forme di collaborazione tra genitori e docenti. I bambini si mostrano maggiormente positivi e riescono meglio nei compiti di apprendimento se le famiglie partecipano con modalità specifiche e produttive.

Lo sviluppo delle competenze

La scuola delle competenze nella sua formulazione teorica che purtroppo non trova corrispettivi nella prassi, è bellissima. In un’ottica di apprendimento continuo nel d.lgs. n.59/2004 vengono precisate le competenze che dovrebbe possedere uno studente alla fine del primo ciclo di istruzione:

  • Esprimere un personale modo di essere e proporlo agli altri
  • Risolvere i problemi che di volta in volta incontra
  • Riflettere su se stesso e gestire il proprio processo di crescita, anche chiedendo aiuto quando occorre,
  • Comprendere la complessità dei sistemi simbolici e culturali
  • Maturare il senso del bello
  • Conferire senso alla vita

Il tema delle competenze è ripreso dal D.M 139/2007 nel REGOLAMENTO RECANTE NORME IN MATERIA DI ADEMPIMENTO DELL’OBBLIGO DI ISTRUZIONE, dove vengono introdotte le otto competenze chiave di cittadinanza che ogni cittadino dovrebbe possedere, per il pieno sviluppo della persona, l’instaurazione di significative relazione e l’interazione con la realtà naturale e sociale.

-imparare ad imparare

– progettare

– comunicare

-collaborare e partecipare

– agire in modo autonomo e responsabile

– risolvere problemi

– individuare collegamenti e relazioni

– acquisire ed interpretare informazioni

Vediamo che questi otto obiettivi si situano all’interno di quattro assi culturali, di cui i 4 sono: asse dei linguaggi, asse matematico, asse scientifico-tecnologico e asse storico- sociale: riguarda la capacità di percepire gli eventi storici a livello locale, nazionale, europeo e mondiale, cogliendone le connessioni con i fenomeni sociali ed economici; l’esercizio della partecipazione responsabile alla vita sociale nel rispetto dei valori dell’inclusione e dell’integrazione.

Lo sviluppo di queste competenze, potremmo osare dicendo che non solo pone le basi per un buon cittadino, ma anche per la felicità. Tuttavia nell’ottica di un apprendimento continuo non è possibile demandare solo alla Scuola in una visione di scissione, la formazione dei bambini. Scuola e genitori sottoscrivono un patto educativo di reciproco impegno e responsabilità.

Dove è finito lo sviluppo delle competenze nella dad? In quale modo stiamo gestendo al tempo di una pandemia, che sembra spingerci a rimodulare tutto, competenze come educazione al bello e creazione di senso? La domanda ci pone sempre di più in un versante problematico di interrogazioni sulle priorità educative.

Il rapporto genitori- scuola

Permangono diversità di risorse materiali e di istruzione presenti nelle famiglie, ma in genere è possibile affermare che l’impegno e la presenza dei genitori nel percorso scolastico dei figli ha effetti decisamente positivi.

Scuola e genitori lavorano insieme ma in due modalità diverse: gli insegnanti mettono in primo piano l’allievo in un’ottica universalistica, i genitori si concentrano sul proprio figlio in un’ottica particolaristica e affettiva.

Il rapporto genitori e insegnanti è molto complesso, poiché possono esserci genitori che mostrano esigenze eccessive o che rischiano una inopportuna ingerenza nella scuola, rendendo molto difficile il rapporto con i docenti, mentre altri mostrano scarsa motivazione e partecipazione alla vita scolastica dei figli e poca fiducia nel rapporto con i loro insegnanti. Il rapporto di collaborazione è pertanto molto difficile, ma deve essere sostenuto sempre, anche in un contesto emergenziale sanitario, affinchè genitori e docenti non perdano l’uno la fiducia, stima e sussidarietà nell’altro.

EDUCAZIONE E POSSIBILITA’

Per educazione intendiamo ogni cosa che accade in una relazione spazio-temporale che emerge dalla relazione che ognuno intesse con il mondo che lo circonda. Il genitore ha per il bambino un ruolo di facilitatore a questo processo conoscitivo e di scoperta, ma anche un pericolosissimo ruolo di non-facilitatore, per tutta una serie di motivi che esulano da questo contesto.

Il genitore spesso risente del paradigma sociale dell’efficienza, del fare, riempire tempo, spesso rimpiazzando la quantità con le esperienze di qualità. Il bambino soffoca di questo stra-fare perdendo baricentro e senso di scoperta, cui sana noia e otium sono elementi germinativi.

Il paradigma dell’efficienza anima anche quell’atteggiamento che non tiene conto che l’Intelligenza non un concetto unico, ma secondo il modello Gardner tiene conto di sette forme:

  • Logico-matematica, linguistica- verbale, spaziale, corporeo cinestetica, musicale, interpersonale, intrapersonale, esistenziale.

Il paradigma dell’efficienza anima anche quegli atteggiamenti anti-educativi e anti-pedagogici dei genitori che attribuiscono peso alle ricompense e alle punizioni. Esistono studi (Mark Lepper, Warneken, Tommasello) che dimostrano che la ricompensa non aumenti le motivazioni di un bambino in tutte quelle azioni che sono auto-motivanti di per sé (giocare, inventare, ricercare, aiutare un altro), ma che anzi spostino l’attenzione del bambino dalla gratificazione del processo dell’azione, all’estrinseca e sterile ricompensa.

Ovviamente non stiamo parlando delle situazioni di modellamento e rinforzo positivo alla Skinner ( es. un bambino impara di più e più velocemente se lodato o premiato ogni volta che risponde bene).

Il genitore è portato ad occupare sempre più il tempo del bambino instaurando una meccanica di circolo vizioso. Alla pronta lamentela del bimbo che si annoia, si consegna un palliativo, senza pensare a quanto la percezione del non-fare sia già un fare ed un presupposto creativo. Per abitare il mondo incantato di cui parla Bettelheim e per vivere nello spazio ludico e vitalizzante occorre tempo.

Dovrebbe esserci per l’adulto nel rapporto con il bambino una continua negoziazione di accesso alle parti infantili di se, affinchè l’essere genitori, mantenga la possibilità della scoperta e della crescita e si impari insieme, senza l’ansia da prestazione del fare, ma con la potenzialità dell’essere. Una costruzione di rapporto che è sperimentale, modificabile, in perenne tensione e che sta nella relazione unica e irripetibile.

Il bambino più che il bisogno tout court della descrizione dei perché e di come le cose sono, saranno o sono state nel passato ha bisogno di qualcuno che lo ponga in ingresso con il condizionale e col come le cose potrebbero essere o come sarebbero potute essere, senza il pericolo di imbattersi in forme divergenti o non convenzionali di pensiero e consapevole di avere genitori che sostengono la pedagogia dell’incoraggiamento.

Questo incrementa in lui la capacità non solo di problem solving, ovvero di risolvere problemi dati, ma anche di problem posing, ovvero creare una gerarchia di priorità di problemi per non disperdere energie e una priorità di incrementare le forme creative di domande.

Il bambino ha bisogno anche che non ci siano verità assodate e immodificabili, ma il coltivare dubbio e incertezza creano la possibilità per un atteggiamento di ricerca, esplorativo e modificabile. Aprono la via alla possibilità. Alla ricerca di senso e di significato.

L’educazione possibile è quella che al no e al sì, preferisce i se. Soprattutto in un panorama sanitario emergenziale come questo che stiamo vivendo al tempo del covid-19, dove il paradigma biologico-riduzionista ( temperatura, sintomi,tosse etc), sta togliendo legittimità alla dimensione emotiva e percettiva soggettiva del fenomeno, specie per il bambino. Sono da incentivare atteggiamenti che incrementino immaginazione, creatività, fantasia e pensiero ipotetico.

Sentiamo molto spesso dire che la storia non si fa con i se, ma è certamente l’insieme di una dimensione possibile, fatta di se a costruire una realtà complessa, narrativa e speranzosa. Poiché il se introduce una dimensione di pensiero controfattuale, ipotetico; è infatti il pensiero dell’alterità, della diversità e soprattutto dell’immaginare l’altrimenti.

Nel suo libro “L’educazione ( im)possibile Vittorino Andreoli traccia dieci regole per i genitori per aiutare i figli a crescere:

  • Ditevi ti voglio bene: per coltivare l’educazione emotiva
  • Siate genitori coerenti: mantenendo l’accordo tra quello che si crede e quello che si fa
  • Fate qualcosa insieme: tempo qualità e non solo tempo quantità
  • Parlate in modo positivo del futuro: educazione alla speranza e alla possibilità
  • Autorità, ma con affetto: comunicazione aperta, partecipata, flessibile e democratica
  • Insegnate le buone maniere: con questo intende tre parole nello specifico à permesso? Grazie e scusa
  • Non abbiate paura di mostrare la vostra fragilità
  • Non date importanza ai soldi: i soldi hanno valore strumentale e non finale
  • Accettate il tempo che passa
  • Non incoraggiate la competizione individuale

Da un’educazione alla speranza, si passa al progetto e si prende in mano il futuro come novità e non come minaccia. Questo potrebbe essere il seme per un’educazione possibile.

Filosofia e pandemia

La pandemia mondiale ci ha colto impreparati, ma impreparati non è forse il termine più appropriato. La pandemia mondiale ci ha colto, mentre stavamo facendo tutt’ altro e lasciandoci in un territorio non conosciuto.

Lo stavamo facendo di corsa, in affanno, rincorrendo ciascuno un proprio obiettivo o programma costruito o capitato. Ci ha rallentato. Lo hanno chiamato lockdown, la chiusura che è partita dalla prima zona rossa per arrivare a far diventare rossa l’intera Italia e tutti gli altri paesi dopo. In un certo senso ha mostrato quanto siamo connessi e dipendenti e quanto sia imprevedibile la vita, che può cambiare improvvisamente da un giorno all’altro. Può fermarsi tutto. La vita, l’amore, e quello che chiamano normalità.

In questo territorio ha cominciato a farsi spazio una novità senza connotazioni definite e senza una fine circoscritta. Nessuno sa quando e come finirà la pandemia, né quale sarà l’esito. In questa incertezza e indeterminatezza risulta difficile anche l’esercizio della speranza, quella risorsa e competenza che ci supporta nella capacità di reagire con fiducia al mistero dell’esistenza. I media hanno usato le parole della guerra, del nemico. E’ tornato il patriottismo dai terrazzi, in alcune finestre sventola il tricolore, qualcuno se la prende con chi corre, alcune aziende si sono riconvertite alla produzione di mascherine, i medici e il personale sanitario sono diventati eroi.

Eppure non è una metafora che ci ha consolato. I morti civili sono morti senza armi, gli eroi che stanno combattendo sul fronte avrebbero preferito avere dpi adeguati e scelte sulla sanità in passato più oculate. A chi chiederemo una rivincita?

E soprattutto cosa si vince? Chi ha perso lo ha fatto senza possibilità di combattere, senza sapere prima di morire come c’era finito in questa guerra. E dovrebbe pure sentirsi un perdente? Il paradigma agonistico e belligerante ci lascia senza soddisfazione. Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che siamo in guerra, ma che esista una cura.

Ed è questa incertezza e indeterminatezza a far scaturire nei più un bisogno di Verità. La si ricerca soprattutto dalla scienza, dal Comitato Tecnico Scientifico più e più volte nominato dal Presidente del Consiglio, la si ricerca da chi è al governo affinché in maniera eteronoma, ci fornisca le griglie di comportamento da mantenere per agire nella misura più opportuna. La si ricerca in un accomodante bisogno di delega, per sopportare la paura. Delega che si riscontra nell’indossare una mascherina, nel fare la fila ad un metro di distanza, nell’amuchina prima di entrare in un negozio. Eppure come diceva Wittgenstein “noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati”

La paura si è nutrita di immagini che non erano nel nostro immaginario di prossimità. Camion in fila trasportando bare di morti senza commiato né funerali, il gazzettino dei decessi alle 18.00, l’incombente Signora Morte, che si aggira senza preavviso camminando sulla curva epidemiologica. La paura di un virus non conosciuto, contagioso, mortale, che non fa eccezioni e che è invisibile. La paura dell’invisibile, che può essere in ogni luogo, in ogni momento, in qualunque cosa facciamo. La paura del pericolo. La paura dell’altro, come altro da me.

La paura dell’altro combattuta con il distanziamento sociale, termine fuorviante, perché di distanza imposta c’è solo quella dei corpi non della relazione. La paura dell’altro che evitiamo sul marciapiede, perché è sicuramente lui il contagiato o l’asintomatico, non certo io. La paura della possibilità.

E’cambiato il nostro modo di lavorare; è diventato smart e agile che in ultima istanza vuol dire che è concesso lavorare in pigiama. Sono cambiate le nostre geografie urbane. Siamo tornati a vivere i quartieri ma ci siamo nutriti di immagini delle nostre città adesso silenziose, deserte e senza volti. Sono cambiate le nostre geografie affettive, filtrate da uno schermo, alimentate da videochiamate, separate dai confini di un comune o dal non rientrare nei motivi di un’autocertificazione. E’mutato l’esercizio della libertà e di tutti quei diritti da sempre dati per scontati che ci siamo sentiti di problematizzare e a cui stiamo ridando voce. E’ cambiata la nostra routine e il senso che diamo alla parola futuro. Alla parola progetto.

Sono cambiate le nostre conversazioni e i temi di queste. Il lessico quotidiano si è improvvisamente adattato: Hai preso la mascherina prima di uscire? Ti sei lavato le mani? Hai stampato l’autocertificazione? Vado a trovare un congiunto! Ma io e te, siamo affetti stabili? Sono mutate le parole da dire ai bambini che dopo i primi arcobaleni dell’andrà tutto bene hanno cominciato a chiedersi perché. Sono cambiate le nostre geografie domestiche e all’interno delle nostre case abbiamo dovuto ritrovare un nostro spazio, convivendo anche coattamente insieme per tempo prolungato in ristrettezze e disagio. Il tanto tempo a disposizione ha portato la paura di occupare l’horror vacui. Siamo passati da avere poco tempo ad averne troppo. Il #restateacasa non è stato lo stesso motto per tutti. Le sofferenze e insofferenze si sono accentuate e la pandemia ha aperto il vaso di pandora degli squilibri economici e sociali.

Il filosofo escluso da ogni task force ufficiale, non può esimersi da osservare. Non ha la fretta del dire, né l’obbligo di farlo in maniera definitiva in un momento in cui ciascun settore vorrebbe sovrastare l’altro con la fiaccola della verità e il so tutto io, senza poterlo sapere. Il filosofo sta nella corrente e accompagna i naviganti. Sta alle vele e governa l’armamentario con perizia, prudenza e calma. Senza la fretta di doversi sbilanciare. Passo per passo. Dove si va? E’importante adesso?

Osserva però anche tutte quelle forme di resistenza di bellezza che hanno mostrato la capacità adattiva umana al cambiamento:

Gruppi di persone che si uniscono per fare la spesa agli anziani, associazioni di volontariato sociale che in pochissimo tempo si attivano per raggiungere il maggior numero di persone, la vita dei terrazzi e dalle finestre, chi canta, chi regala una melodia al pianoforte, chi dice: voglio fare qualcosa per gli altri. I musei che si aprono online e gratuitamente per tour virtuali di bellezza, i cinema che mettono a disposizione una programmazione di film, gli informatici che si attivano con app per migliorare la qualità della vita con la distribuzione di farmaci o con il monitoraggio della fila dei supermercati, gli attori di teatro che regalano performance, gli artisti che organizzano aste per raccogliere fondi per l’acquisto di respiratori e tutti quelli che hanno supportato donando, i gruppi social territoriali e nazionali per scambiare informazioni utili a tutti, le biblioteche che scannerizzano libri per garantirne la consultazione, gli sportelli gratuiti di supporto psicologico e di counseling. E tanti altri accomunati da una forza artistica, intendendo con arte tutto ciò che riesce a tracciare nuovi sentieri di resistenza.

I social media diventano veramente sociali, intessuti di senso di vicinanza e di comunità e l’umorismo e l’ironia che contraddistinguono la cultura italiana si estendono alla gestione della pandemia e diventano un’ancora di salvataggio. Un video ironico è la risata alla fine di una giornata.

Ma la filosofia non è per vocazione esercizio della meraviglia? Quale meraviglia poter donare in pandemia?

Non sappiamo dove andremo, la bussola è impazzita. In questo momento siamo naufraghi e se qualcuno non ha il coraggio di dirlo il filosofo deve. Tuttavia come Ulisse siamo in una peregrinazione di scoperta. Non navighiamo nella certezza, ma per scandagliare il possibile. Abbiamo lasciato Itaca alle spalle e non sapremo nemmeno se vi faremo ritorno. Sicuramente saremo diversi, ciascuno avrà la sua Itaca dentro. Quel che è certo è che abbiamo un’opportunità e il filosofo deve avere il coraggio di dire che va vissuta e va giocata. Sarà di riscoprire lo sguardo e gli occhi con il viso coperto da una mascherina? Sarà di aver letto quel libro durante la quarantena? Riscoperto gli affetti che sono essenziali e di cui non possiamo fare a meno? Avere letto una poesia? Ritrovato in un armadio un ricordo? Giocato con un figlio a nascondino? Aver capito cosa ci rende felici? Che vogliamo gettare tutto l’aria? Che ci siamo innamorati di un altro? Avere voglia di gonfiare le ruote della bicicletta?

La verità a volte è un’epifania. Qui sta la meraviglia.

Può fermarci la paura della morte? Andrebbe affrontata come suggeriva Montaigne “Voglio che la morte mi colga mentre pianto i miei cavoli, per niente preoccupato per lei e meno ancora del mio orto imperfetto

E allora per giocare lascio questo parole sparse nel testo in grassetto, da mescolare come stiamo facendo con le nostre nuove forme di esserci, di essere qui, ora e nella corrente: Perché il possibile è opportunità, la relazione è cura, l’altro è futuro, la vita va giocata.

Performance socratica contro la violenza sulle donne – Centro Artistico Il Grattacielo

Per la giornata contro la violenza sulle donne, in concomitanza con lo spettacolo di Eleonora Zacchi e Riccardo De Francesca ” Questione di genere” , ho strutturato una performance socratica in cui ho chiesto agli spettatori prima dell’inizio dello spettacolo ” Cos’è per te la violenza”? Le risposte sono state subito trascritte, impaginate e proiettate al termine dello spettacolo. L’intervento voleva richiamare il concetto di voci polifoniche e riflessione etica condivisa. Chi assiste ad uno spettacolo contro la violenza, che cos’è la violenza se lo è chiesto e allora perché non condividerne la lettura per sapere cosa ne pensa il vicino di poltrona in platea, seppur in forma anonima? Per leggere tutte le risposte date in occasione di quella bellissima serata, visualizzare la pagina di chiediloalfilosofo https://www.facebook.com/chiediloalfilosofo/

Mostra fotografica – Sala degli Archi – CIOFS- FP Toscana

Sabato 14 e Domenica 15 Dicembre 2019, nella Sala degli Archi della Fortezza nuova dalle 10 alle 17 si è tenuta la mostra fotografica su Daniel Spoerri dei miei studenti in formazione come tecnici del settore gastronomico. Abbiamo lavorato sul concetto di cibo e di cultura del quotidiano.
Gli studenti sono stati in grado di spiegare il tema della mostra, raccontare Daniel Spoerri e i suoi tableaux pieges e accompagnare i visitatori in tour con la massima professionalità.
La mostra dal titolo “Daniel Spoerri a casa mia” è stata un viaggio simbolico sul cibo ideato da me. Le foto ritraggono anonimamente le loro tavole abbandonate alla fine dei pasti. Tavole con singoli piatti, tavole della domenica dai nonni, cibi di asporto, piatti ripuliti con la scarpetta.

I titoli li abbiamo messi insieme in laboratori filosofico- creativi. La mostra con la compartecipazione del Comune di Livorno, ha avuto più di 400 visitatori.

Quadretti di chiediloalfilosofo e shopping bag

Il filosofo si è dotato di una postazione stabile, oltre all’itineranza di eventi e progetti e ha cominciato a collaborare con l’artista fumettista di #lepignette. E’ uscito fuori un lavoro creativo di mente e grafica che ha conquistato i nostri amati estimatori. E’ possibile acquistare la shopping bag con scritto: Chissà quante meravigliose risposte ci siamo persi per paura di fare le domande giuste…e i quadretti di chiediloalfilosofo. Per i quadretti funziona così: – si pone un quesito esistenziale personale, il filosofo risponde e il fumettista si lascia ispirare. Iniziativa valida anche per quadretti personalizzati per un regalo ad un altro destinatario, diverso dal consultante.

Cena filosofica clandestina – Appartamento privato

Il 13 Dicembre, per la notte di Santa Lucia, ci è stato richiesto di progettare una serata filosofica in un appartamento. Tra letture di Rilke, vino e pasta e fagioli, la sera è stata un viaggio di scoperta con se stessi attraverso il rapporto dialogico con l’altro e quello coreutico nel realizzare sulla metabolizzazione delle letture, un piccolo spettacolo teatrale. Grazie a tutti i partecipanti per questi momenti di bellezza condivisa e alla prossima cena clandestina. Aspettiamo inviti.

Filosoficamente devoti alla meraviglia abbiamo cenato su un tavolo da biliardo

Piccoli chimici e filosofia 22/dicembre – Uovo alla Pop

Milioni di persone hanno visto la caduta della mela, ma Newton è stato colui che ha chiesto “perché”.
(Bernard M. Baruch)

Mai smettere di chiedersi perchè! Chiediloalfilosofo al servizio di bambine e bambini per la divulgazione scientifica. Il domandarsi il perché di un fenomeno è ambito filosofico. Per questo laboratorio abbiamo lavorato in maniera progettuale nell’utilizzo con i bambini del metodo della meraviglia. Stupirsi, meravigliarsi e divertirsi nelle discipline scientifiche e giocare per vedere gli effetti di un risultato riesce ad avvicinare alla passione per le scienze più di quanto non riesca spesso la didattica frontale.

Grazie a tutte le piccole chimiche e i piccoli chimici che si sono dilettati in magie ed esplosioni, tra limoni accendi lampadine, ampolle di lava, candele sottovuoto e palloncini gonfiati con bicarbonato ed aceto…e tanti perché!
I prossimi appuntamenti saranno con linguaggi informatici di programmazione e piccoli fisici! Grazie anche al team di Ingegneri e alla Dottoressa in Chimica del Cnr di Pisa.

Gli egonauti

Un viaggio immaginario prende il nome dalle famose figure mitologiche degli argonauti che partirono alla ricerca del vello d’oro. Gli egonauti viaggiano dentro se stessi interagendo con gli altri compagni e compagne di viaggio. Un passaporto fittizio scandisce le tappe. Ad ogni incontro viene assegnato un bollino di frontiera. Dieci stazioni tematiche. Apre ogni incontro uno stimolo letterario e narrativo presentato dalla traduttrice Fiamma Lolli. Successivamente i viaggiatori si intrecciano in laboratori filosofici. La prima tappa ci ha condotti in America Latina con il tema Amore / Tristezza abbiamo viaggiato e vagato sulle parole di Julio Cortazar, Eduardo Galeano e Gioconda Belli.

Siamo storie intrecciate.
Tre testi letterari. Qualche minuto di deserto per scegliere una parola o frase che risuonassero emotivamente. Dirle ad alta voce, cercare tra le compagne di viaggio affinità di questo richiamo. Costruire scene, assemblarle coreuticamente. La polifonia dell’espressione. La prima tappa degli Egonauti.
Siamo narrazioni condivise che sanno che il viaggio è appena cominciato, il viaggio non termina mai. Ricomincia subito.

Laboratorio filosofico: costruzione di scena corale ( la partenza)
In ascolto letterario
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